Emergenza Coronavirus: come si vive in prima linea

Dott. Nardone, come si sta affrontando questa emergenza da coronavirus nella sua realtà lavorativa?

Innanzitutto, bisogna dire che l’emergenza da coronavirus, presto trasformatasi in pandemia, ha colpito con la violenza e la potenza di uno tsunami. Tutte le attività quotidiane, lavorative e sociali, di ogni singolo cittadino sono state stravolte.

Nonostante ciò, in un paio di giorni l’Ospedale di Treviglio (BG) ha convertito un intero piano, normalmente condiviso da Otorinolaringoiatria (l’Unità diretta dal Dott. Nardone n.d.r.) e Urologia, in reparto di terapia per COVID 19 (coronavirus).

Uno sforzo non da poco che ci ha reso tutti molto orgogliosi.

Quanti pazienti affetti da COVID state gestendo in questo momento?

Il numero dei pazienti è in continuo cambiamento perché il virus non sparisce da un momento all’altro. Nel reparto dedicato sono assistiti sempre non meno di 20 pazienti che arrivano o dalla Rianimazione o da altri reparti di sub-intensiva. E’ una vera emergenza da coronavirus.

Ci sono situazioni particolari di questa emergenza che l’hanno colpita?

Una situazione nuova e che rattrista molto è il fatto di vedere pazienti e non vederli più in pochi giorni.

Di conseguenza, una seconda nuova situazione è vedere il via vai di furgoni funebri davanti alle stanze dell’obitorio, edificio che prima passava quasi inosservato.

Come sono cambiati il suo lavoro e la sua vita in generale in questa emergenza da coronavirus?

Il neo reparto COVID-19 è gestito da tutti i medici di Otorinolaringoiatria che si alternano con i colleghi di Urologia, tutti supervisionati da un internista.

In pratica, ci si è dovuti adattare a dover gestire un reparto con nuove competenze.

Per quanto concerne le attività ambulatoriale e chirurgica di otorinolaringoiatria e urologia si possono gestire solo le emergenze.

La vita fuori dall’ospedale, in città, ricorda molto uno scenario da film post-apocalittico.

Bergamo è una città fantasma, silenziosa, surreale. In questi ultimi giorni, però, si è iniziata a vedere più gente in giro, ma l’indicazione è di stare a casa. Non bisogna abbassare la guardia al primo segnale positivo!

Quali indicazioni e consigli darebbe ai suoi colleghi del Sud Italia per la gestione dell’emergenza COVID?

Qualche giorno prima delle prime misure restrittive, ho contattato tutti i miei conoscenti della zona del Sannio, di cui sono originario, spiegando quanto fosse pericolosa l’infezione da COVID-19, dando loro consigli su come proteggersi e descrivendo quanto gravi fossero gli effetti del contagio.

Finché le informazioni sono state date ai colleghi, la gravità è stata percepita e sono state da loro messe in atto tutte le misure di prevenzione e protezione da lui suggerite.

Purtroppo, le informazioni date ai normali cittadini non sono state recepite con la medesima gravità. Si è pensato, sbagliando, che si trattasse di una emergenza sanitaria circoscritta perlopiù negli ospedali.

Il movimento in massa delle persone dalle zone rosse verso le regioni meridionali è stato un atto pericoloso?

Assolutamente sì. Probabilmente vi è stato un difetto di comunicazione su cosa significasse “zona rossa” e ciò ha contribuito inevitabilmente all’esodo da Nord a Sud. Il periodo di quarantena volontaria è fondamentale per evitare la diffusione del virus.

Non potendo del tutto impedire il contatto fra parenti, genitori o amici diventa perentorio, secondo un alto senso di responsabilità, rispettare le regole (distanza di sicurezza, copertura di naso/bocca, lavaggio frequente delle mani).

Questo è l’unico modo utile per poter uscire quanto prima dall’emergenza.

 

[Fonte: DossierSalute.com]

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